Basilica San Pietro

Proseguendo sulla costa del secondo seno del Mar Piccolo, a circa un km dal convento Battendieri, poco distante dalla linea di costa, in località Marrese, si trova l’imponente serie di costruzioni della masseria San Pietro e Andrea.

Notizie storiche: il toponimo compare per la prima volta nel 1392, come S.Pietro di Mutata; nel 1536 una masseria con il nome S.Pietro e Andrea di Mutata viene data in enfiteusi perpetua al nobile Marco Guala Marrese. Nel 1577 ne ha la proprietà Francesco Marrese. Al Catasto Onciario del 1746, nella scheda n.6 (vol 8182, libro IX, foglio 19) è registrata una masseria, detta San Pietro e Andrea seu Mutolo, di proprietà di don Scipione Maria Marrese. Consisteva in tomoli 456 di terre seminative, 2500 alberi di olivo, 1000 tml di terre macchiose, montuose e sassose, con abitazioni nobili e per uso dei coloni, chiesa, altri edifici.

La chiesa è stata recuperata con i recenti lavori; è a 3 navate e a 3 absidi.

La masseria insiste sui ruderi di una villa, forse di età romana; sono visibili resti di colonne e del pavimento. I ruderi vengono collegati con la diffusione del Cristianesimo a Taranto. Nella “Historia Sancti Petri…..” leggiamo che l’apostolo Pietro, sulla strada per Roma, giunto a Taranto, sbarcò prima sull’isola di S. Pietro; si diresse poi sul Mar Piccolo, dove battezzò i fedeli nei giardini del “regulus”, cioè del signore del luogo (che potrebbe essere S. Pietro Marrese).

LA MASSERIA – STORIA

Abbiamo considerato molto importante il percorso che ha toccato alcune masserie sulla costa del Mar Piccolo ed in particolare la visita, anche se prevalentemente solo all’esterno, della masseria di San Pietro e Sant’Andrea. Questo perché poche testimonianze, nella antica e complessa storia della nostra città, ci possono far comprendere il rapporto tra gli uomini, il lavoro, la produzione la ricchezza sono il complesso fenomeno masseria e ci possono far rimpiangere per il quasi generale abbandono, un tempo passato di lavoro tenace ed industrioso. Inoltre, la presenza di tante masserie ci ricorda che la nostra società non è stata solo figlia del mare. Alcune delle masserie del territorio esaminato non hanno particolari pregi, sono talvolta piuttosto rozze e semplici, in una terra povera, arida, ma che ha dato e spesso continua a dare ricchezze di frumento, di oli, di vino. Altre sono state veri e propri microcosmi che sono cresciuti nel tempo, sin dal XVI secolo e testimoniano un modello di vita, con la casa grande del proprietario, le modeste case dei contadini, le strutture destinate agli animali (lo iazzo), recinti, stalle, trappeti, cantine e la chiesa. Spesso hanno muri massicci di recinzione, per esigenze di difesa, talvolta sono fortificazioni con torri, caditoie, garitte. La contrada Marrese, insieme alla contrada Battendieri, ha ridato testimonianze antiche della chora di Taranto, come resti murari, necropoli, frammenti ceramici. Nella contrada Marrese, nei pressi della masseria S. Pietro, i reperti possono testimoniare la frequentazione a partire dal IV-III secolo; gli storici Strabone e Polibio registrano, nel I secolo, una fase di regresso economico; della grande struttura greco-ellenistica, dopo la conquista romana e le guerre annibaliche, nel I secolo era rimasto ben poco. Nell’età neroniana si tentò un incremento del latifondo con la costruzione delle villae rusticae che si devono considerare le antenate della masseria, che talvolta, appunto, si stratificano sull’insediamento delle villae.

Nell’età tardo-antica si incrementò la coltura di vigneti ed oliveti, l’allevamento del bestiame, i vivai dei pesci. La guerra greco-gotica, durante la lunga serie di avvicendamenti di popoli, di armate e di invasioni di Goti, Bizantini, Longobardi, Arabi, la campagna servì da baluardo di difesa delle carattestiche del nostro popolo.  Sin dall’inizio dell’XI secolo il chorion bizantino, cioè il latifondo complesso che sostituiva la villa venne affiancato dai castra, che provvedevano alla difesa del bene primario della terra. I vari toponimi (esempio San Pietro di Mutata, ora San Pietro e S. Andrea) erano presenti nel territorio del Mar Piccolo, non rivelano la corruzione di metata (castra metata) che testimoniano servitù militari.

San Pietro e San Andrea testimonia, sulla sponda settentrionale del Mar Piccolo, difeso ad ovest e sud da una gravina e da fondali un tempo paludosi ed inaccessibili, cinto perfettamente, punto strategico, ricco nel sottosuolo di camminamenti, depositi, cripte, nel XVI secolo già masseria da molto. Per necessità di sintesi, nell’età angioina, età di pesante recessione economica, la masseria costituisce una delle poche fonti di reddito, nella generale misura, aggravata da guerre, carestie, pestilenze, soprusi. Nel 1463, alla morte dell’ultimo principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini, i sovrani, aragonesi subentrarono e, con una serie di benifici, di privilegi e concessioni cercarono (Ferdinando I) di risollevare drammatiche condizioni economiche, si accentuava la formazione di “giardini mediterranei”. Una serie di vicende belliche si concluderanno con la caduta degli aragonesi e l’avvento degli spagnoli : inizia per il contado e per la città una storia di decadenza e di miseria, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze. L’enormità delle imposizioni e insurrezioni dei turchi, le pestilenze ricorrenti, tra la fine dell’XI e nella seconda metà del XII secolo, stanno come conseguenza una tragica depressione economica e demografica e vengono abbandonate molte zone del territorio costiero. L’abbandono continuò per tutto il secolo XVII e parte del XVIII secolo; dal catasto onciario apprendiamo che scarsa era la presenza di persone che si dedicava all’agricoltura; la maggior parte della popolazione si dedicava al lavoro sul mare. Cataldantonio Artenisio Carducci, nel suo commento alle “Deliciae Tarentinae” di Tommaso N. D’Aquino, descrive la situazione precaria delle nostre campagne, la preferenza della pesca alla coltivazione dei campi. Né l’arrivo dei Francesi, né il ritorno dei Borboni, modificarono la situazione.

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