Fiume Galeso

Fiume Galeso:

Un caso emblematico di come poco si rispetti la storia e l’ambiente è il fiume Galeso, il principale immissario del Mar Piccolo. Esso, pur essendo lungo appena 900m, ha la dignità di fiume, poiché origina da una sorgente perenne. Chiamato dai Parteni Eurota, dal fiume omonimo vicino a Sparta, è certo il luogo di Taranto più citato dagli autori antichi: tra gli altri Virgilio (Georgiche, L IV, VV 125-133): nell’episodio del Vecchio di Corico che, sotto la rocca Ebalia là dove lo scuro Galeso bagna le bionde coltivazioni, coltivava a giardino la sua piccola terra. Properzio (III, 26, 27) canta le ombrose pinete del Galeso, dove è piacevole vivere. Per concludere, la citazione più celebrativa e famosa, quella di Orazio che nell’Ode a Settimio (Odi, II, 6, 10) si augura di poter andare “al dolce Galeso”, tra greggi lanose, in quell’angolo incantevole del mondo, famoso per il suo miele delizioso e per le sue verdi olive e dove, nelle lunghe primavere e nei miti inverni, si degusta un vino eccezionale. Marziale definisce il Galeso “albus” cioè bianco per le morbide lane che si producevano nelle vicinanze; ne celebrano la bellezza Strabone, Plinio, Varrone, ma nel 1556 i Cappuccini abbandonarono il convento del Galeso poiché, a causa dell’impaludamento delle acque il luogo era inospitale e malsano. Dagli atti notarili dell’Archivio di stato di Taranto, si legge che il Galeso e il Rasca nel 1813 erano fiumi pescosissimi, di proprietà di una famiglia che li concedeva in affitto all’Amministrazione generale per “farvi fare le pesche nella imboccatura ….di pescare collo sciabichello ….e di pescare colla fiaccola dentro il canale del fiume colle barche” dunque a quel tempo il fiume costituiva occasione di lavoro e di guadagno. Giacinto Peluso racconta che nel Galeso ’u fiume o’u jume per antonomasia , ancora nei primi decenni del secolo, le famiglie che abitavano tra via di Mezzo e la Marina, andavano a lavare la lana acquistata nelle masserie per confezionare i materassi ai futuri sposi. Per l’occasione, dopo aver attraversato in barca il Mar Piccolo, trascorrevano una giornata in compagnia, a banchettare. Negli ultimi quarant’anni, il Galeso ha vissuto una triste storia di abbandono, di degrado, di abusivismo, di utilizzazione impropria, di interventi della Magistratura. Nel 1969, l’Università Popolare Jonica denunciava come in una città ricca di storia ma povera di civismo si continuavano a ricordare i versi degli antichi poeti, mentre attorno al povero fiume, nella più colpevole indifferenza delle istituzioni, crescevano casupole abusive, si sfruttavano le acque, si progettava di costruire un viadotto che avrebbe sconvolto il territorio. Lotte e denunce non servirono a nulla: i viadotti sono stati costruiti, l’area abbandonata all’abusivismo, agli usi impropri. Le rive del fiume sono state canalizzate e cementificate in più punti, la sua foce ridotta ad attracco di barche. Nel 1983 un dragaggio dissennato causò lo stravolgimento dell’ecosistema fluviale, con un aumento dei livelli di salinità e con la morte di duecento eucalipti, soffocati dal materiale dragato. Ci furono condanne, ma certo la situazione non migliorò. Recuperare questo bene è importante, indispensabile costituire un parco naturale ed attuare un piano di cui si parla da diversi anni; si spera solo che progetti futuri non cementifichino e distruggano ulteriormente quest’area

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