Mar Piccolo

Il Ponte «Aldo Moro» o di Punta Penna (1977) collega le due sponde del Mar Piccolo.
Su di esso – lungo 1250 metri, largo 27 e alto 45 sul livello del mare – sono state realizzate numerose banchine dove è possibile sostare per gettare lo sguardo su tutta la Città, sui due seni del Mar Piccolo, sull’Arsenale Militare e sulle navi da guerra pigramente ormeggiate: uno spettacolo unico che affascina e attrae in maniera avvincente e suggestiva.

 

IL MAR PICCOLO

È una vera e propria laguna, collegata al mare aperto dai due canali che delimitano l’Isola della Città Vecchia. Il bacino è suddiviso in due seni, occidentale ed orientale, separati dalle due penisole di Punta Penna (lungo la riva settentrionale) e Pizzone (sulla riva sud) poste una di fronte all’altra, alla distanza di 560 m. Esse sono state collegate nel 1977 dall’ardito ponte “Aldo Moro”, che consente al traffico stradale diretto fuori città di evitare l’attraversamento del centro urbano.

Il bacino del Mar Piccolo èsuddiviso in due seni, aventi rispettivamente, il primo, una superficie di 8.056 Kmq ed il secondo di 12.432 Kmq, per una superficie totale di 20.488 Kmq. e un perimetro di costa che si estende per circa 28 Km.

La superficie totale dello specchio d’acqua è di circa 20 Km2 e la profondità raggiunge il valore massimo di 13 m (ma in corrispondenza dei citri, sorgenti sottomarine di acqua dolce, la profondità è notevolmente maggiore).

Le acque, particolarmente indicate per l’allevamento di mitili, sono meno salate di quelle del mare aperto a causa della presenza di numerosi citri. Inoltre, nei due seni sfociano alcuni piccoli corsi d’acqua perenni, il Galeso, il Cervaro, ed il Canale d’Aiedda (artificiale). Il ricambio dell’acqua (cangiata) è assicurato da due correnti, una in entrata (chioma) e l’altra in uscita (serra) ed è fondamentale per la fauna ittica. La temperatura media dell’acqua è intorno ai 10° C in inverno e ai 30°C in estate, il dislivello massimo di marea in un anno è di circa 70 cm, quello tra due successive fasi, di 30 cm al massimo. Le condizioni sono ideali per l’allevamento di cozze, note in tutto il mondo ed in attesa di fregiarsi del marchio DOP per le loro particolari qualità nutrizionali ed organolettiche. Si notano vaste aree del bacino occupate dai cosiddetti “giardini” consistenti in pali e corde che fungono da sostegno per i mitili. L’allevamento delle ostriche è invece scomparso, ma se ne sta tentando il rilancio con un progetto della facoltà universitaria tarantina di Maricoltura.

La costa settentrionale ed orientale del Mar Piccolo, caratterizzata da totale assenza d’urbanizzazione, è stata oggetto di sfruttamento agricolo e di utilizzi legati alla presenza d’aree incolte paludose e di ampie zone di pineta delle quali rimangono pochi indizi lungo la sponda destra del Galeso, a ridosso dell’area militare di Buffoluto e fra la palude La Vela e la pineta di Cimino (a sud-est). La pineta di Cimino, dopo l’attuazione di progetti di recupero e fruizione, è oggi chiusa al pubblico.

Alla vocazione agricola ed alle attività di sfruttamento delle risorse marine (piscicoltura e mitilicoltura), si aggiungevano le attività artigianali, che non consistevano solo nella tintura delle stoffe con la porpora, ma anche nella produzione di lane pregiate sulle rive del Galeso e nell’estrazione dell’argilla.

La costa meridionale ed occidentale, invece, è sede di strutture, civili e militari, che cingono completamente la costa.

 

SISTEMA PRODUTTIVO

Oltre ad una eccezionale densità di insediamenti preistorici e protostorici, possiamo indicare qui gli elementi più significativi.

Con la fondazione dell’apoikìa greca di Taranto il bacino di Mar Piccolo viene incluso nella chora, ed anzi ha costituito l’ossatura fondamentale dell’economia tarantina per la sua vocazione agricola, per le attività di sfruttamento delle risorse marine (piscicoltura e mitilicultura), per le stesse attività artigianali, che non consistevano solo nella tintura delle stoffe con la porpora, ma anche nella produzione di lane pregiate sulle rive del Galeso e nell’estrazione dell’argilla.

Un altro aspetto ancora da esaminare a fondo è la presenza fra la località san Pietro Marrese e masseria Le Lamie di estese cave di carparo che si sono in parte rivelate di età ellenistica (fine V — IV secolo a.C.).

Per quanto riguarda infine l’età romana, abbiamo una notevole attestazione di ville costiere che giungono sino alla metà del VI secolo d.C., quando, con la guerra greco gotica il sistema territoriale antico collassa e si trasforma nell’habitat medievale.

La presenza di un diverticolo stradale afferente al sistema della via Appia antica che evitava la città per correre lungo le coste di Mar Piccolo, a lungo confutata dagli studiosi, sembra invece trovare conferma nella presenza di due Masserie denominate “di Mutata” (le mutationes erano i luoghi per il cambio dei cavalli ed in età dioclezianea divennero anche luoghi per l’immagazzinamento del grano), una nell’area del quartiere Tamburi e l’altra sul secondo seno (masseria san Pietro Marrese o di Mutata).

 

EREDITA’ CULTURALE/SISTEMA PRODUTTIVO

Lo studio del paesaggio antico si completa con una fitta serie di masserie, di percorsi tratturali, di frantoi ipogei, di chiese e santuari che collegano antico e presente, sorgendo quasi sempre su insediamenti preesistenti.

Un nesso interessante può essere quello che unisce i diversi “percorsi di fede” fra santuari antichi della città greca e romana ed insediamenti cristiani, come santa Maria del Galeso, fondata dai monaci cistercensi, la basilica bizantina dei Santi Pietro e Andrea, scomparsa dalla memoria e poi ritrovata, il convento dei Battendieri, dove a partire dal 1597 si lavoravano le lane – questa volta di pessima qualità, veri e propri strumenti di penitenza – per i sai delle comunità francescane della diocesi.

Altri percorsi, tra i mille che si possono riconoscere sono quelli che legano le antiche strade – la via Appia come il Tratturo tarentino – con le masserie, oppure ancora quelli che uniscono le vie dell’acqua: grotte, citri, fontane ed acquedotti — come quello monumentale del Triglio o quello romano sotto la basilica dei Santi Pietro e Andrea – ai quali l’uomo del Mediterraneo ha sempre riconosciuto un ruolo sacrale.Il bacino di Mar Piccolo con il suo dualismo fra città e territorio deve assurgere a modello campione per lo studio e la valorizzazione del territorio. Se in passato anche a Taranto questa risorsa è stata spesso ignorata o peggio distrutta, la ricerca in corso ha come fine ultimo il restituire alla comunità i fili ritrovati che legano passato e presente. Da quanto esposto precedentemente appare evidente la quantità e la qualità delle presenze culturali del territorio tarentino. Per non ripetere quindi il quadro generale, si indicano in questa sede una serie dì preesistenze sin da ora fruibili.

ZONE NATURALI

La rilevante differenziazione, analizzata precedentemente, tra la zona altamente urbanizzata e non, consente di condurre un’analisi naturalistico-paesaggistica prevalentemente nelle zone costiere a ridosso del II° seno del Mar Piccolo.

A partire dai promontori Pizzone e Punta Penna, la costa sì presenta abbastanza alterata dal punto di vista naturalistico, sia per la presenza degli stabilimenti dell’Arsenale militare, sia per quelli della Marina Militare e dell’Aeronautica (S.A.R.A.M). E’ invece in buono stato di conservazione la costa settentrionale del Il seno ricadente in un’area occupata in buona parte dallo stabilimento militare Buffoluto. Qui la costa si è conservata pressoché integra, anche se soggetta ad un’erosione costiera naturale, dato che gli impianti e le strutture militari sono collocate più nell’interno.

Spostandosi da Punta Pizzone verso est, si incontrano in successione la contrada Mancanecchia, la contrada Cimino ed il promontorio detto Fronte. La contrada Mancanecchia presenta, nonostante diversi interventi urbanistici, (sistemazione dei raccordi anulari del viadotto punta Penna-Pizzone, insediamenti militari), almeno in parte l’aspetto che doveva avere alla fine del 1800, grazie alla presenza, a tutt’oggi di oliveti, vigneti e orti. La fascia costiera di questa zona oltre a ricadere in zona militare e quindi non accessibile, è anche attraversata da una linea ferroviaria militare in disuso che dall’Arsenale militare, nei pressi del centro urbano, porta sino alle spalle della pineta di Fucarino, attraversa la strada provinciale circummarpiccolo e si dirige verso il comune di San Giorgio Jonico. Questa linea ferroviaria è quasi occultata da pini d’Aleppo che furono piantati lungo il bordo ferroviario negli anni ‘30. Adiacente alla contrada Mancanecchia vi è quella di Cimino. Qui la costa si caratterizza per il suo buono stato di conservazione e per la valenza del paesaggio in quanto da qui inizia la pineta litoranea del mar Piccolo che si estende verso est per circa tre chilometri, sino ad arrivare al Fronte dove la pineta prende il nome di Pineta di Fucarino e quindi nell’area della Gualchiera dei monaci, presso la sorgente Riso, sita nei pressi della Circummarpiccolo all’altezza del canale d’Aiedda. Nel suo sviluppo la pineta è interrotta solo per un breve tratto in corrispondenza dello sbocco del canale di bonifica della palude Erbara, una depressione sita a destra della statale 7 ter per Lecce.

La pineta di Cimino è stata recentemente rivalutata, grazie all’attuazione di progetti di recupero e fruizione ma oggi questo parco comunale attrezzato è chiuso al pubblico per motivi giudiziari. Subito oltrepassato il canale di bonifica della palude Erbara, circondato da un canneto ampio poche centinaia di metri quadrati, la pineta riprende a seguire il profilo della costa e sino al Fronte si trova recintata perché ricadente in un’area deposito dell’Aeronautica militare.

Giunti al Fronte, promontorio alto 13 metri, situato nell’arco sudorientale del Il seno, si attraversa un tratto di costa, basso e acquitrinoso che volge verso nord e chiude l’ansa marina detta “Mare morto”. Tale ansa è delimitata a nord-est dal canale Aiedda, al di là del quale si apre l’area della palude Vela-Taddeo. Si tratta di una zona umida con vegetazione alofila che ha un certo interesse in quanto costituita da vegetazione annua pioniera di Salicornia, habitat di interesse comunitario come previsto dalla direttiva 92/43 CEE relativa alla conservazione degli Habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche.

Il Mare Morto è una profonda insenatura, destinata a scomparire. In essa l’acqua è profonda solo 10-20 cm, ed ha un’estensione di circa 94.500 mq. L’area umida continua a nord del canale d’Aiedda ( costruito nel 1984) e prende il nome di palude Vela-Taddeo e di Salma del Mar Piccolo. Quest’area ha un’importante ruolo come zona di sosta dell’avifauna migratoria e dell’avifauna svernante. E’ una delle poche aree umide sopravvissute nella nostra provincia. Nel passato tutta la zona ora considerata formava un’immensa palude che si spingeva nell’entroterra per circa 1,5 km., e come risulta dalle carte del 1893, essa doveva occupare una superficie di circa 225 ha. Oggi, la parte pantanosa che è anche in gran parte prosciugata non raggiunge i 10 ha. Un tempo in questa zona si riversavano alcuni torrenti che oggi dopo le opere di bonifica non esistono più: vi era ad esempio il canale Avella che seppur di piccola portata, raccoglieva e portava al Mar Piccolo le acque con un percorso di oltre una dozzina di chilometri da Monteiasi (v. carta Ist. Idrogr.: Golfo di Taranto, da Torre dell’Ovo al fiume Sinni, 1893). Più a mezzogiorno vi era un altro canale formante anch’esso un rudimento di delta che oggi però non è più possibile rintracciare, noto col nome di Rasca. Oggi è visibile solo il canale d’Aiedda che, attraverso un complesso sistema dì canali, raccoglie i reflui urbani da diversi comuni dell’area che circonda il Mar Piccolo.

Nella parte settentrionale di entrambi iseni, su aree alquanto limitate, si aprono sul fondo gli ostii di sorgenti sottomarine, localmente chiamate “citri”. Fra questi, i più importanti sono, il “Galeso” ed il “Citrello” nel I Seno ed il “Copre”, il Mascione e il citro Trionte nel Il Seno. Oltre i citri che sembrano essere in tutto una trentina, esistono rivi superficiali di acque perenni quali il “Galeso”, che si versa nel I Seno ed il “Cervaro” e il Canale D’Aiedda che si versano nel II seno.

La batimetria di questo bacino misura il massimo livello di 13 m nel primo Seno, e non più di 10 m nel secondo Seno ed è caratterizzata dalla presenza di una serie di superficie suborizzontali separate da scarpate e disposte a gradinata digradante lungo mare; su di esse affiorano estesamente i depositi dei terrazzi marini di età del pleistocene medio e superiore. Le superfici e i depositi rappresentano la testimonianza geomorfologica più evidente delle fasi di relativa interazione fra variazioni del clima alternativamente caldo – durante le fasi interglaciali – e freddo – durante le fasi glaciali – e il sollevamento della regione pugliese. Esse pur presenti in altre aree del Mediterraneo e del globo, nella regione di Taranto assumono caratteri morfologici e paleontologici che la rendono una delle aree assunte dagli studiosi del Pleistocene superiore come una delle più rappresentative nel mondo.

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