L’Acropoli – I quartieri abitativi – La necropoli – Le aree archeologiche di Villa Peripato

L’acropoli della colonia greca di Taranto sorgeva sul sito dell’odierna città vecchia, oggi un’isola ma in antico solo una lingua di terra separata dal resto dell’abitato tramite un fossato che diventerà nell’ottocento il canale navigabile.Rispetto ai confini attuali del centro storico, l’area occupata dall’insediamento greco era di dimensioni minori in quanto la zona in cui sorgono i quartieri medievali della “marina” (Via Cariati) è frutto di una colmata a mare di età bizantina.

I templi e le numerose dediche di privati dell’acropoli sorgevano quindi solo sulla parte alta della città vecchia, interamente cinta da mura da Mar Grande fino al ciglio del “salto di quota” (Via di Mezzo); tuttavia l’andamento del circuito murario antico non corrispondeva esattamente a quello del salto di quota odierno in quanto questo risulta arretrato in più punti in seguito all’estrazione di materiale di cava.

Resti di tale circuito murario sono stati individuati in Largo San Martino e al di sotto di Palazzo Delli Ponti (Via di Mezzo); mentre in Piazza Castello si conserva parte del colonnato dorico (due colonne più il troncone di una terza) di un tempio, il più antico tempio greco d’Occidente di cui siano rinvenuti resti, noto come tempio di Poseidone ma attribuibile ad una divinità femminile, forse Persefone.

Di un altro tempio si conservano le fondazioni in grossi blocchi squadrati (alcuni recanti lettere incise,segni di cava) della cella, su cui si impianterà la chiesa medievale di San Domenico,  insieme ad alcuni rocchi di colonne non scanalati inglobati nelle murature di fondazione del convento attiguo.

Sull’acropoli si elevavano numerose statue, fra queste il famoso Eracle seduto di Lisippo, trafugato dai romani nel 209 a.C. (vedi “La Scultura”).

I quartieri abitativi. Complessivamente, lo sviluppo della città greca ci è purtroppo poco noto. Se per l’acropoli si tratta di una circostanza “normale” vista la praticamente ininterrotta continuità di vita del sito in antico occupato da questa (corrispondente, come si è detto, all’odierna città vecchia), la nostra scarsa conoscenza dei quartieri sviluppatisi ad est dell’acropoli è dovuta a diversi fattori: le distruzioni operate nell’ottocento con i lavori necessari alla costruzione dell’Arsenale e del nuovo quartiere Borgo (caratterizzati anche da modifiche altimetriche, oltre che da scavi incontrollati); la spesso non puntuale documentazione degli edifici rinvenuti da parte del primo archeologo inviato a Taranto dal ministero (Luigi Viola) e, soprattutto, la scarsità di materiale da costruzione presente nelle nostre zone, che ha causato un notevole “saccheggio” degli edifici classici già dalla fine del mondo antico.A questo proposito è utile considerare il caso della vicina Metaponto, che non presenta il problema della sovrapposizione della città medievale e moderna sul sito dell’abitato antico, ma dove i monumenti individuati appaiono comunque fortemente depredati.

La città raggiunse la sua massima espansione fra IV e III sec a.C.; i quartieri abitativi si estendevano fino a poco oltre l’attuale Via Leonida, al di là della quale si sviluppava la vasta necropoli che dal V sec a.C. divenne parte integrante della città a seguito della costruzione di un nuovo circuito murario. L’edificazione della nuova cinta difensiva (individuata in più punti: in zona Solito e in Corso Italia) avvenne dopo l’avvento del regime democratico, instauratosi a seguito di una grave sconfitta militare subita dai Messapi.

Nel V sec, oltre alle imponenti mura, fu realizzato anche un nuovo quartiere basato su isolati regolari.

La grande Agorà di Taranto, che in passato si riteneva sorgesse nei pressi dell’attuale Piazza Garibaldi, probabilmente è da localizzarsi più spostata verso Mar Grande; in essa comunque si elevava l’enorme Zeus bronzeo di Lisippo (alto 18 metri).

I monumenti ci sono noti solo dalle fonti: Polibio, oltre a parlare di larghe vie longitudinali, ci dà notizia del Museo che si trovava nei pressi dell’Agorà; Strabone ricorda il Ginnasio e il Teatro maggiore; Esichio cita l’Auleterion (sala per audizioni musicali); Ateneo, infine, il Pritaneo.

Per il IV sec a.C. si è calcolata a Taranto una popolazione di circa duecentomila abitanti, cifra assolutamente ragguardevole, tanto da porre Taranto fra le maggiori città del tempo.

La città romana è meglio conosciuta. Sono noti due grandi complessi termali: le terme Pentascinenses in Via Principe Amedeo e le terme di Montegranaro sul Lungomare; l’anfiteatro, i cui resti sono recentemente venuti alla luce al di sotto dell’edificio che ospitava il mercato coperto, e l’Acquedotto in Corso Italia.

Anche questi monumenti, in massima parte risalenti alla fine del I sec a.C., sono stati quasi tutti distrutti dall’espansione edile, così come buona parte delle numerose domus di età tardo repubblicana e imperiale, i cui pregevoli mosaici, staccati, hanno arricchito le collezioni del Museo Nazionale di Taranto.

La Necropoli. Nel quadro delle nostre conoscenze sullo sviluppo della città antica, l’organizzazione degli spazi destinati a necropoli costituisce senza dubbio l’aspetto più noto.Per l’epoca arcaica, così come per le epoche successive, la maggior parte delle tombe rinvenute nella necropoli tarantina è costituita da fosse scavate nella terra o nella roccia, spesso provviste di una controfossa utile a facilitare il posizionamento dei lastroni di copertura, che potevano essere in pietra o in terracotta, e presentare forma piana o a spiovente.

Accanto a queste, già per l’epoca arcaica sono documentate tombe a camera di particolare impegno monumentale: si tratta di camere con sostegni centrali che, costruite ad imitazione dell’andròn, la sala destinata ai simposi della casa greca, presentano sarcofagi disposti lungo le pareti in luogo delle klinai (letti) della casa reale.

Taranto è uno dei pochi centri greci che abbia restituito ipogei funerari di questo genere (tomba di Via Crispi 2, tomba di Via Oberdan 35, quest’ultima non più esistente), espressioni di élite sociali di sesso maschile accomunate anche dall’esercizio di attività sportive.

Nel V secolo, una grave sconfitta militare subita ad opera dei messapi segnò il cambio di indirizzo politico della città. Con l’avvento della democrazia (473 a.C.circa) si operò una generale ristrutturazione urbanistica e mutamenti si registrarono anche nel rituale funerario.

La necropoli, a seguito della costruzione di una nuova cinta muraria fu inglobata all’interno dello spazio urbano; un nuovo quartiere basato su isolati regolari occupò in parte spazi già adibiti a necropoli, generando una curiosa “alternanza” fra tombe ed abitazioni che già gli antichi spiegavano come una precisa volontà dei tarantini di rispettare un oracolo che garantiva loro grande fortuna se avessero abitato “coi più” cioè con i defunti (Polibio VIII,28).

Accanto alle tombe a fossa scavate nella roccia o nell’argilla si associano nel V sec le tombe a fossa rivestite da lastre di carparo (pseudo sarcofago) e le tombe a sarcofago.

Questi erano inseriti in una fossa scavata nella terra o nella roccia e potevano essere sia in carparo, con copertura piana o a doppio spiovente, che in terracotta, quest’ultimi erano destinati alle deposizioni infantili. Il corredo funerario, abbondante in età arcaica, si ridusse in età classica a pochi oggetti.

Si segnala il sarcofago proveniente dalla tomba “dell’atleta” rinvenuto in Via Genova nel 1959 e caratterizzato da una decorazione pittorica con motivo a meandro.

L’utilizzo di tombe a camera sembra interrompersi entro il primo quarto del V sec, salvo rare eccezioni, per poi ricomparire dalla metà del IV sec a.C. con tombe costituite da camere singole (con letti funebri solitamente disposti ad L) o da più vani affiancati.

Fra queste si segnala l’ipogeo “Genoviva” rinvenuto in Via Polibio. Caratterizzato da un lungo vestibolo su cui si affacciano quattro camere parallele inquadrate da slanciate semicolonne doriche, presenta in alto una cornice modanata e dipinta con motivi geometrici in rosso ed azzurro.

Soprattutto nel III e II sec si diffondono le tombe a semicamera, strutturalmente vicine alle tombe a camera, ma di dimensioni minori.

Con la conquista romana, il rito dell’incenerizione sostituisce il rito, prevalente nei secoli precedenti, dell’inumazione. Le tombe sono costituite da semplici pozzi scavati nella terra o nella roccia all’interno dei quali era posto un cinerario in terracotta, vetro o metallo contenente le ceneri del defunto; non mancano tuttavia casi di riutilizzo di tombe a camera preesistenti nelle quali sono ricavate nicchie per sistemare i cinerari.

Le aree archeologiche di Villa Peripato. Giardino di originario impianto settecentesco, Villa Peripato insiste su un’area di grande rilevanza archeologica, ulteriormente confermata da recenti attività di scavo.Il toponimo, di evidente origine greca (deriva da perìpatos, “passeggiata”) richiama alla mente la scuola aristotelica e, più precisamente, quella parte del giardino del Liceo di Atene dove il filosofo teneva le sue lezioni, appunto, passeggiando. Su tale scorta molti eruditi locali collocavano il Museion (il santuario delle Muse) proprio in località “Peripato”, analogamente a quanto documentato per Atene ed Alessandria d’Egitto. Tale monumento è citato da Polibio, che lo pone nei pressi del porto.

Sull’affaccio a Mar Piccolo è anche da localizzarsi l’area artigianale delle officine per l’estrazione della porpora, con le celebri fabbriche di tessitura e tintura tarantine. Esichio ricorda in città un mercato delle vesti, estalopia, probabilmente da collocare nei pressi degli impianti produttivi.

Molteplici sono stati gli interventi di scavo succedutisi nell’area di Villa Peripato nel corso degli anni. Nel giugno del 1912 il soprintendente Quintino Quagliati rinvenne una stipe votiva con terrecotte databili ad età arcaica ed ai primi decenni del V sec. a.C., riproducenti una divinità femminile, Demetra o Kore. Il deposito, più che indicare la presenza di un eventuale santuario, è riferibile presumibilmente ad attività cultuali che si svolgevano nell’area della necropoli arcaica.

Negli anni ’40, durante la costruzione del circolo ufficiali della Marina Militare, fu indagato un edificio databile al IV-V sec. d.C.; inoltre fu messa in luce nei pressi del cinema Orfeo una struttura abitativa con ambiente pavimentato a mosaico.

Di particolare rilevanza l’attività di ricerca effettuata a partire dagli anni novanta, sia per l’importanza delle scoperte, sia perché emblematica delle difficoltà che ancora oggi si incontrano nell’opera di valorizzazione del patrimonio archeologico tarantino.

Nel 1991-92 scavi di emergenza condotti in seguito al rinvenimento di strutture antiche durante i lavori per la costruzione di una palazzina servizi (poi mai completata) permisero di individuare tombe ad incenerizione con lastroni intonacati e dipinti (II-I sec. a.C.), oltre ad alcuni ambienti pertinenti ad una domus di II sec. d.C.; uno dei quali, forse un triclinio (sala da banchetto), pavimentato a mosaico.

Nel 2004 la discutibile scelta urbanistica di realizzare nell’area centro meridionale dei Giardini del Peripato un teatro all’aperto consentì nuove importanti scoperte, suscitando parallelamente vivaci polemiche circa l’individuazione della destinazione d’uso più adeguata per il sito. Prima dell’avvio dei lavori furono eseguiti alcuni saggi preventivi, impostati in corrispondenza delle zone in cui il progetto esecutivo del teatro prevedeva le strutture maggiormente invasive. Uno di questi saggi, aperto a ridosso della rete metallica di perimetrazione, fra i due ingressi su Via Pitagora, consentì di mettere in luce tre ambienti relativi ad una ricca domus datata alla piena età imperiale. Di particolare rilevanza l’ambiente meridionale, che ha restituito un raffinato e ben conservato pavimento musivo policromo. Nell’area inoltre furono rinvenuti numerosi frammenti di intonaci dipinti e cornici in stucco, attestanti l’esistenza in origine di ricche decorazioni parietali.

Inaugurato nell’estate del 2005, il nuovo teatro all’aperto di Villa Peripato, sebbene non intacchi strati e strutture eventualmente presenti nel sottosuolo in quanto privo di opere di fondazione, copre buona parte del sito in cui è stata individuata la domus, rendendo di fatto impossibile qualsiasi ulteriore campagna di scavi e, di conseguenza, la valorizzazione dell’importante monumento.

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