Notizie Sacello

Il  Borgo venne progettato con un piano regolatore generale alla fine del XIX secolo, in concomitanza con l’installazione dell’Arsenale militare.

Il quartiere moderno si sovrappone all’abitato greco e poi romano e alle necropoli relative.

Nella città greca, la progressiva espansione dell’abitato verso est comportò, come è noto, la sovrapposizione con le fasi più arcaiche della necropoli, della quale rimasero in vista solo le tombe monumentali.,

Le necropoli romane erano invece ben distinte dall’area dell’abitato, che era compreso fra le attuali via Cavour e via Leonida.

Nel secolo scorso, addirittura, negli scavi dell’Arsenale Militare venne individuato un muro che divideva nettamente  la città romana dei vivi da quella dei morti.

Tracce molto evidenti della città classica sono state recuperate, e vengono ancora ritrovate sovente, soprattutto riguardanti le domus con mosaici.

Tutta l’area compresa fra piazza Roma, via Pitagora, via Mignogna e la costa di Mare Piccolo infatti ha restituito testimonianze antiche in grande abbondanza; nell’area della villa gran parte del deposito archeologico non è stato toccato dai lavori edilizi del Borgo, e risulta perciò essere un campione di area urbana antica quanto mai importante.

Nel quartiere Borgo le tracce più antiche legate alla fondazione dell’apoikia greca sono connesse all’uso come necropoli, anteriore all’urbanizzazione di questa zona, avvenuta intorno al VI secolo a.C. e a santuari sempre connessi ad ambito funerario.

Ad epoca arcaica sono infatti databili le poche sepolture rinvenute e le terracotte votive rinvenute in una stipe nel 1912 ad ovest di villa Beaumont, riferibili ad una divinità femminile.

Al V secolo a.C. si data la realizzazione di un quartiere di nuova concezione presso la rada santa lucia, connessa alla costruzione di un nuovo porto fortificato.

Nella zona già occupata dalla villa dell’arcivescovo Capecelatro ed ora racchiusa all’interno dell’Ospedale Militare, numerosi elementi fanno credere che lì vi siano anche i resti del teatro greco.

In età romana il Borgo continua ad essere usato come abitato, delle quali si trovano elementi superstiti nel corso delle indagini connesse alle opere di urbanizzazione (gas, telefono, rete idrica).

Sino al I secolo d.C. le abitazioni vengono rifornite  di acqua con pozzi e cisterne, mentre con la costruzione dell’acquedotto detto delle Aquae Nymphales (il nome è attestato da una celebre iscrizione) questi pozzi vengono obliterati ed usati come butti.

Augusto mostra particolare attenzione all’assetto urbanistico della nostra città: oltre all’acquedotto fa erigere l’anfiteatro i cui resti sono – o più probabilmente erano – sotto il palazzo comunale in via Anfiteatro e gli viene dedicata una basilica posta in via Di Palma angolo via Pupino, il cosiddetto Foro dei Mercanti, dalla quale provengono sia la testa di Augustovelato capite, sia le statue acefale di togati riferibili alla sua stessa famiglia.

Incerta è la collocazione del foro, che peraltro ricalcava l’agorà greca, nella quale ancora in età imperiale si poteva vedere il colosso di Zeus, seconda statua del mondo per dimensioni, dopo il colosso di Rodi, opera di Lisippo.

La vecchia ipotesi che faceva coincidere piazza Garibaldi con l’agorà non sembra essere esatta, poiché all’angolo nord – ovest della stessa sono state trovate delle cave di pietra usate sino alla avanzata romanizzazione;  più plausibile sembra essere la collocazione a cavallo dell’area di Montedoro, fra piazza Giovanni XXIII e l’Ospedale vecchio, la cui anomalia altimetrica, risparmiata dagli sbancamenti Ottocenteschi, è certo indizio di preesistenze.

Nella Villa Peripato, come più o meno su tutto il settore settentrionale del quartiere, l’area è occupata da domus con pavimentazione a mosaico, e continua ad essere frequentata sino alla tarda antichità.

Ancora non visitabile, ma di grande importanza storica, è l’ex convento di Sant’Antonio, ad est della Villa Peripato, costruito sui resti di una chiesa quattrocentesca, edificata su iniziativa del principe di Taranto Raimondello del Balzo Orsini, utilizzando le colonne e forse parte delle strutture di un preesistente edificio di età romana; parte di queste colonne sono attualmente divise fra la villa Peripato ed  il Museo archeologico; una si trova nel corridoio del Liceo classico “Archita”.

Nello  spazio compreso fra via Duca di Genova, via Principe Amedeo, via Regina Elena,via Anfiteatro erano collocate le Terme Pentascinenses, collegate all’intervento di Augusto in quanto vi giungevano da Saturo le acque delle Aquae nymphales, ma coincidenti con una precedente palestra all’aperto. Queste terme, dopo un momento di abbandono, vennero restaurate nel IV secolo da un privato, Furio Claudio Quintilio Togio e riaperte (si conserva al museo Nazionale di Taranto l’iscrizione che ricorda l’evento).

Questo dato, oltre alla sua importanza intrinseca, assume anche un grande valore storico in quanto dimostra che la città romana nel tardoantico continuava persistere nei luoghi tradizionali e non si era contratta nell’ex acropoli, come si pensava sino a dieci anni fa, e che il patriziato tarantino continuava ad essere fedele alle usanze del mondo antico: in genere,in quest’epoca, l’avvenuta cristianizzazione delle classi dirigenti tendeva a chiudere le terme,considerate luogo promiscuo.

Il polo cristiano, che già nel 392 aveva una cattedrale con battistero ed un episcopio, si installò infatti con molta probabilità all’estremità occidentale del Borgo, in una zona poco urbanizzata e a vocazione “industriale” (le officine della porpora, il porto) non lungi dall’ex acropoli nella quale, non a caso, negli ultimi anni abbiamo trovato le tombe paleocristiane.

 

  • Sacello tardo repubblicano che ingloba cippi e fasi murarie precedenti: i resti antichi sono conservati in un vano ipogeo accessibile dallo spazio del reparto infettivi dell’Ospedale Militare.

Il santuario venne scoperto nel 1901, ed occupava un’area piuttosto vasta e complessa, che forse la creazione di un parco potrà valorizzare adeguatamente.

Il sacello, databile al II-I secolo a.C., è organizzato da una cella rettangolare in opus incertum (nucleo in cemento con rifinitura a blocchetti irregolari) che ha inglobato materiale di spoglio più antico.

Vi si accede da est per mezzo di una porta con stipiti monolitici.

All’interno si conserva ancora parte dell’intonaco dipinto, la cui decorazione presenta delle fasce verticali in rosso.

In asse con l’ingresso si vede l’altare, mentre contro il muro di fondo, ad ovest vi è una grossa base anch’essa in opera incerta sulla quale vi è una piccola base in carparo con vaschetta centrale. Addossate alle pareti si conservano cinque stele in calcare bianco, leggermente svasate verso il basso, su basi modanate.

Non sono decorate né inscritte, tranne quella a sinistra della porta, che reca scolpita una torcia.

Al momento della scoperta, l’archeologo Quintino Quagliati attribuì il sacello a Venere Libitina, la dea dei funerali, poichè siamo ai margini della necropoli romana. La particolarità dell’altare interno e il simbolo della torcia suggeriscono in ogni caso una divinità femminile legata all’oltretomba.

Nell’area dell’Ospedale Militare, è visitabile – su richiesta – un piccolo, ma particolarmente suggestivo, edificio cultuale, di età tardorepubblicana (II-I sec. a. C.), rinvenuto nel 1901.
Si tratta di una cella rettangolare – non isolata, ma in connessione con altre strutture – accessibile da est attraverso una porta, di cui si conservano gli stipiti monolitici. Le pareti, con paramento esterno irregolare, sono ancora rivestite, all’interno, – in alcuni settori – da uno strato di intonaco con tracce di decorazione dipinta a fasce verticali in rosso.
In asse con l’ingresso, è presente al centro un altare quadrato e sul fondo – sempre in allineamento – un alto basamento su cui è posto un blocco rettangolare in carparo con incavo centrale. Sulle pareti orientale e meridionale sono visibili stele in calcare bianco, compatto – di forma trapezoidale – su basi modanate in carparo.
Si noti – in particolare – quella posta a sinistra dell’ingresso, decorata con una lunga torcia. Proprio tale simbolo e l’altare interno per offerte incruente potrebbero suggerire la pratica di un culto connesso ad una divinità femminile ctonia, cioè in stretta relazione con l’oltretomba: Dèmetra, Kore o Artemide/Hekàte.

Realizzato sul finire del XIX sec. e collocato all’interno di uno stabile di via Cavour, è un pregevole tempietto poco valorizzato nel cuore del borgo umbertino di Taranto.

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